Viaggio in Lombardia raccontato magistralmente dal nostro presidente Carlo Augusto Dal MigliC

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Tour di Fine Anno Accademico 2017/2018 in Lombardia 3-8 maggio 2018
Prologo
L’Italia, e quindi l’Umbria, erano sotto cambiamenti metereologici repentini, con rovesci d’acqua importanti, improvvisi ed in alcuni casi rovinosi. Gli interessati al Tour della Lombardia, programmato per i primi di maggio, dal tre all’otto, si domandavano angosciati cosa mai potessero aspettarsi da un tempo così inclemente. Il problema investiva non solo lo svolgimento del Tour, ma anche l’abbigliamento, che doveva essere approntato in previsione dell’incognito tempo. Si, è vero, c’era con noi come partecipante la taumaturga di tutti i problemi, Angela, ma l’incertezza aleggiava sui nostri capi. Tutti consultavano le previsioni, a 3 e a 15 giorni, delle varie località dove si doveva andare, ma il responso era sempre uguale: pioggia, rovesci e solo raramente pioggerella. I più decidevano di affidarsi alla buona sorte, portando l’occorrente per proteggersi dagli acquazzoni. Ci si attrezzava come se dovessimo partire per la Gran Bretagna, ombrelli, impermeabili, copricapo impermeabili. Rimaneva sempre la speranza che Angela, dalle multiformi capacità, sfoggiasse la carta vincente d’irretire Giove e permetterci uno svolgimento del viaggio con qualche tregua, non potendo sperare nel sole. Ed ecco che il gruppo di 48 intrepidi ha affrontato le avversità meteo, passando negli spostamenti nelle diverse città, schivando quasi sempre la pioggia e concedendo, solo alle avversità climatiche, di sfogarsi nei momenti di spostamento con il pullman, e spesso anche godendo di un caldo sole. Solo in una occasione ciò non è avvenuto, e questo sarà oggetto di descrizione nel giorno nel quale è accaduto.
Il giorno prima della partenza appuntamento presso la rimessa pullman della Spoletina per imbarcare le valigie e permettere la partenza del giorno dopo in modo sollecito ed ordinato.
1° giorno 3 maggio giovedì - Sirmione
Partenza senza problemi dai Giardini, salvo un ritorno alla partenza per far salire due Soci che ci aspettavano, perché non erano saliti alle 6,45. Via da Spoleto poco dopo le 07,10. A Foligno ci aspettavano altri due Soci ma l’autista, l’ottimo Mauro, ha superato inavvertitamente l’uscita utile ed è dovuto ritornare indietro per completare il carico dei Soci.. Nelle vicinanze di Santa Maria degli Angeli un rallentamento di una decina di minuti per una macchina finita contro il guardrail con fuoriuscita dell’airbag. Alle 9 sosta breve per una rapida colazione e al rientro al pullman, distribuzione dei biscottini di Caterina, una piacevole e cara abitudine alla quale ci ha abituato la nostra Socia. La distribuzione è avvenuta a cura di Agostino che, in base alle avvertenze di Caterina, doveva darne non più di due a testa, infatti essendo 107 biscottini, divisi per 48 Soci, ne toccavano 2 e 0,22 a testa. Allora la mia curiosità, da buon statistico gli 0,22 x48 fanno 10 biscottini a chi sono toccati! Je accuse sono toccate all’impareggiabile Agostino che rinvigorito da tale distribuzione ha, sempre in modo accattivante, illustrato ciò che avremmo visto a Sirmione primo luogo di visita e successiva meta l’Alberghiera Du Parc 4 stelle che sarebbe rimasto la nostra base per tutto il Tour,
Parcheggiato il pullman, alla nostra discesa c’era ad accoglierci la guida che ci avrebbe accompagnato nella visita della amena cittadina di Sirmione. Carducci la definiva nelle Odi barbare “Ecco: la verde Sirmio nel lucido lago sorride, fiore della penisola”, Ma anche Dante Alighieri, al canto XX dell’Inferno con “Suso in Italia bella giace un laco, a piè de l’Alpe che serra Lamagna sovra Tiralli, c’ha nome Benaco”. In dialetto bresciano Sirmiù ed in veneto Sirmion. Sirmione sorge su una penisola che si protende all’interno del lago e divide il basso Garda in due parti. Per secoli appartenuta al Veneto poi divenuta bresciana sotto Napoleone. E’ il maggiore lago italiano. Vi si affacciano tre regioni, Lombardia (Brescia), Veneto (Verona), Trentino Alto Adige (Trento). Di origine glaciale per effetto dello scorrimento di un ghiacciaio, ha una superficie di 370 Km quadrati con una profondità di 346 m per il 93% e di 79 m per il restante (zona antistante Bardolino). Si presenta dalla vista di Sirmione come un cono gelato rovesciato. Breve passeggiata per arrivare al centro cittadino. Lungo il percorso si ammirano ordine, pulizia e un verde lussureggiante e tanti fiori. Pur essendo un giovedì è assediato da turisti che a detta dei locali è nulla rispetto ai fine settimana del periodo estivo. L’ingresso al centro della cittadina, avviene superando un ponte, un tempo levatoio, che immette entro le mura della cittadella, immediatamente si ammira il Castello Scaligero. La presenza di una comunità di eretici secondo la Chiesa Cattolica, determinò l’azione degli Scaligeri. Nel 1276 Mastino della Scala ottenne la possibilità di combattere i sirmionesi eretici, affidando al fratello Alberto il compito di assediare la cittadina e averne il dominio. Il castello scaligero fu completato durante la signoria di Cangrande su i resti del castrum romano nel punto più stretto della penisola. Passò poi nel 1378 sotto Gian Galeazzo Visconti, per poi passare nel 1405, sotto la repubblica di Venezia. Sotto Venezia sorse la chiesetta di Sant’Anna, per il servizio religioso della guarnigione militare. Sorge all’entrata del borgo e si presenta come un prezioso scrigno. Proseguendo nello slalom fra gruppi di visitatori, e per fortuna rarissime auto, si giunge all’ingresso delle Grotte di Catullo.
Grotte di Catullo
Questo nome gli proviene dal quattrocento a causa dell’abbandono che i ruderi di questa grandiosa villa, hanno subito per secoli, per cui la vegetazione aveva ricoperto tutto, creando anfratti e cunicoli apparentemente simili a grotte naturali. L’area ricopre l’estremità della penisola di Sirmione e i resti sono da considerare come la più ampia e meglio conservata villa romana dell’Italia settentrionale. Edificata tra la fine del I secolo a.C. e il I secolo d.C. fu riportato alla luce in più fasi, all’inizio dell’ottocento. La tradizione identificava la villa come appartenuta a Gaio Valerio Catullo, in quanto, in un carme, sostenne di possedere a Sirmione una villa, Il poeta descriveva esaltando la terra e la sua gioia nel dimorare in quella terra con questo carme: “Con quale gioia e felicità ti rivedo Sirmione, gioiello delle penisole e delle isole, fra tutte quelle che il duplice Nettuno accoglie nei chiari laghi e nei vasti mari,. A stento credo di aver lasciato la Tinia e le terre bitinie e di rivederti fuori da questo pericolo…. Salve , o bella Sirmione, gioisci con ll tuo signore; e gioite voi , o Linfe del lago etrusco: ridete, si riempia la casa di risate.“ Non vi è alcuna certezza che la costruzione fosse la stessa dove visse il poeta latino, sia per l’età della costruzione della villa e per l’accertata presenza di altre ville lungo la penisola. La struttura visitabile ha una pianta rettangolare lunga 167 m. e larga 105 m. Si sviluppa su tre piani. L’inferiore ottenuto con lo sbancamento del sottosuolo roccioso e sostenute da strutture di sostegno (sostruzioni). Si entra nell’area archeologica e percorrendo un breve vialetto ci si immette come prima visita nel museo. Vi è esposta la pianta generale della villa, testimonianze fotografiche degli scavi e dei reperti, come mosaici e oggetti di bronzo. Gli scavi mostrano Il piano nobile, corrispondente all’abitazione dei proprietario, che di tutto il complesso è il più danneggiato, sia per l’esposizione ma soprattutto perché dopo il suo abbandono, è stata per secoli una cava di materiali. Meglio conservati il piano intermedio e quello inferiore. La villa presenta lunghi porticati e terrazze aperti verso il lago Nel lato occidentale è visibile il criptoportico, una lunga passeggiata un tempo coperta. Sono individuabili le parti residenziali (zona nord e sud), nella parte centrale un esteso giardino ( oggi grande oliveto), Sul lato meridionale sotto un pavimento in opus spicatum, si trova una grande cisterna di 43 m. per la raccolta dell’acqua per gli usi quotidiani della villa. Nella zona Sud Occidentale fu ricavata una piscina. Per superare l’inclinazione del banco roccioso dove vennero poggiate le fondamenta, furono creati grandi vani utilizzati come locali di servizio della villa. Catullo è considerato uno dei più noti rappresentanti della scuola poeti nuovi. Si distacca dalla poesia epica di tradizione omerica, che a suo parere era ripetitiva e stancante, infatti le sue poesie non descrivono più le gesta degli antichi eroi o degli dei, ma si concentra su episodi semplici e quotidiani. Uscendo dall’area degli scavi, costeggiando le rive del lago si può osservare la boa in acqua che segna il punto dove viene incanalata l’acqua termale solfurea per le terme. Un gruppo di turisti approfittando dell’acqua curativa che comunque era presente in quel punto, a piedi nudi sguazzavano nell’acqua per beneficiare delle sue proprietà curative. Continuando il percorso lungo lago si costeggia una grande villa, parco dell’Hotel più prestigioso di Sirmione. Risalendo verso il centro della cittadina si passa davanti la villa Callas - Meneghini. Una villa su tre piani di ventun locali in 780 m quadri. La grande cantante vi andò per la prima volta nel 1952 e sembra amasse molto quel soggiorno Luogo di riposo lontano dalle luci della ribalta. Sette anni dopo la lasciò per unirsi all’armatore greco Aristotele Onassis. La villa fu venduta e smembrata in una serie di appartamenti privati. Rapido attraversamento di Sirmione, che comunque ha permesso ad alcuni Soci di consumare sontuosi gelati, per recarci al punto di ritrovo per proseguire verso l’Hotel du Parc che ci avrebbe accolto per tutto il periodo del Tour, confortevole e ben organizzato, e in men che non si dica, tutti eravamo nelle proprie camere a disfare le valigie e a fare una rinvigorente doccia. La cena era fissata per le 20, e puntualmente tutto il gruppo si è trovato compatto all’inizio della cena. Prima della chiusura della giornata ci si accordava per la sveglia alle ore 7 dell’indomani , colazione dalle 7,30 e la partenza per Verona alle 8 precise. Naturalmente non tutti sono andati a letto subito ma hanno approfittato per una piacevole conversazione o per giocare a carte.
2° giorno 4 maggio Venerdì - Verona
Tutto secondo programma, partenza e arrivo a Verona alle 10,15, ad attenderci c’era la nostra guida. Trovato il posteggio per il pullman e fissati gli appuntamenti con Mauro per il ritrovo ed il rientro serale, cominciava la visita di Verona. Posta in felicissima posizione climatica e geografica, si trova al centro delle principali vie di linee di comunicazione nazionali ed europee, stradali e ferroviarie. Centro di manifestazioni di livello europeo, come Fiera Internazionale dell’Agricoltura, Salone delle Macchine Agricole ed altre. Importantissimo centro culturale che l’hanno fatto diventare la città, uno dei maggiori centri turistici italiani. Le origini si perdono nella notta dei tempi risalendo alla preistoria. L’occupazione romana, già nel I secolo a.C., era un importante colonia e di quel periodo conserva la tradizionale struttura reticolare con i due assi fondamentali del cardo e del decumano. A tele epoca sono ancora visibili l’anfiteatro, il teatro, gli archi, le porte e il ponte, tanto da poterla considerare la citta più “romana” d’Italia, dopo Roma. Inoltre facevano capo a Verona tre delle strade più importanti romane: l’Augusta. la Gallica e la Postumia. Centro già in età romana di cultura con uno dei maggiori poeti latini, Q, Valerio Catullo. Il Medioevo la vede ancora al centro di grandi eventi, vi soggiornarono Teodorico e il longobardo Alboino (ucciso dalla moglie Rosmunda), Pipino, figlio di Carlo Magno, Berengario. Verona nel tempo è rimasta comunque sempre culturalmente illuminata. Agli inizi del XII secolo nasce il Comune. Nonostante i contrasti tra i fautori del Papato e quelli dell’Impero riuscì ad avere, comunque, una crescita economica, culturale e artistica. E’ giusto ricordare la Lega Veronese (1164) che unì le città della terraferma veneta contro l’imperatore Federico Barbarossa, anticipando la Lega Lombarda. Nel 1226 Verona divenne feudo del feroce Ezzelino da Romano. Nel 1262 con la nomina a Capitano del Popolo di Leonardino della Scala, detto Mastino, ebbe inizio la signoria scaligera. Ma è con Can Francesco, che prese il nome di Cangrande I, che ha inizio il principato degli Scaligeri. Raggiunse l’apice, estendendo il proprio dominio su quasi tutto il Veneto di terraferma. Fece della Corte Scaligera un centro di mecenatismo, accogliendo poeti, letterati e artisti. Dante dedicò a Cangrande, suo protettore ed amico, la terza Cantica della Commedia “…Le sue magnificenze conosciute saranno ancora, sì che’ suoi nemici non ne potran tenere le lingue mute…” .Verona nel Trecento e primo Quattrocento fu uno dei principali centri della cultura gotica. Nel periodo del Rinascimento l’influenza del Mantegna creò una scuola di pittura fra tutti gli artisti veronesi poi influenzate da Bellini, Giorgione e Tiziano. Verona dette i natali a Paolo Caliari, detto il Veronese e all’architetto militare e civile Michele Sanmicheli del quale il Vasari disse “più di tutti gli altri, adornò la sua patria Verona” Al Sanmicheli, Verona deve la potente cinta fortificata, le splendide porte e palazzi insigni. Presso Verona si svolgono pagine di storia patria di altissima importanza, Custoza, San Martino e Solferino, l’armistizio di Villafranca. Non dimentichiamo che Verona costituiva la principale fortezza del famoso “Quadrilatero”
Lasciato il pullman ci si indirizzava, accompagnati dalla guida, costeggiando il Fiume Adige, verso il ponte Pietra, che ci avrebbe introdotti nel cuore di Verona. Con l’Adige a sinistra andando verso il ponte, sulla destra in splendida posizione fronteggiante il fiume fu costruito nel I secolo a.C. il Teatro. Nel corso dei secoli fu sommerso sotto un terrapieno con sovrastanti edifici. A metà dell’Ottocento furono iniziati i lavori per riportarlo alla luce e i lavori hanno avuto termine solo in tempi recenti. Il Teatro si compone di una càvea semicircolare con gradinata e di una scena parzialmente recuperata ai lati della quale grandiosi parasceni. Poco rimane del prospetto monumentale verso il fiume. Al disopra dell’ultima gradinata è visibile una loggia ad archi marmorei coronamento superiore del Teatro. Il tutto rimane difficilmente visibile per i lavori in corso, in quanto ancora utilizzato per gli spettacoli e quindi parzialmente coperto per evitare che gli spettacoli siano visti dall’esterno da “ portoghesi” non paganti. Il Ponte di Pietra è l’unico superstite dei due ponti romani, è a cinque arcate e la sua costruzione risale ad epoca preaugustea. Distrutto sul finire della Seconda Guerra Mondiale (aprile 1945) è stato ricostruito con buona parte delle pietre originali recuperate nel fiume. Superata la torre di guardia si entra nell’ansa creata dal fiume Adige in cui si trova il centro di Verona. Passati davanti al Palazzo Vescovile, sulla cui facciata sono poste le statue dei SS, Michele, Pietro e Paolo e nella lunetta Madonna col Bambino di Fra’ Giovanni da Verona, ci siamo trovati davanti in una piccola e incantevole piazza e alla Cattedrale. La facciata è soprattutto un’architettura di colore, per la varietà del materiale e mescolanza di stili (romanico e gotico). Facciata bellissima a doppia arcata. Notevole la lunetta con l’Adorazione dei Magi e il grifo alla destra del portale. Nel vicolo sul fianco sinistro del Duomo, che conduce alla chiesa di Sant’Elena un sarcofago, testimonia che trattasi di un’antica area sepolcrale. L’interno è a tre navate, divise da potenti pilastri che sostengono le arcate e da cui si sviluppano le volte a crociera. Nel catino absidale e sull’arcone grandiosi affreschi di Torbido su cartone di Giulio Romano. Sull’Altare , la celebre pala con l’Assunta del Tiziano, unica opera del grande pittore eseguita a Verona. Accanto al Duomo si trova San Giovanni in Fonte, che fu anticamente, il battistero della Cattedrale (VIII – IX secolo). Al centro è situata una delle più importanti opere di scultura del Medioevo veronese, il fonte battesimale ottagonale, all’esterno della vasca otto preziose formelle a bassorilievo. La vicina chiesa di Sant’Eufemia presenta la facciata con un bel portale quattrocentesco, due alte finestre bifore e sarcofago di marmo. Interno ad una navata con affreschi. Nel procedere verso l’Anfiteatro Romano si ha modo d’ammirare alcune pregevoli bellezze architettoniche della accogliente e bella città. E’ possibile che nel descrivere quanto visto, possa commettere errori di sequenza, d’altro canto, chiedendovi scusa, anch’io ero in visita culturale, ed ho preso pochi appunti per seguire perfettamente la successione delle cose visite. La Chiesa di Sant’Anastasia è la più grande chiesa della città, iniziata dai Domenicani nel 1290 fu terminata nel 1481. La facciata è rimasta incompiuta nel rivestimento. Bellissimo portale a doppia ogiva, nella trabeazione, interessanti rilievi trecenteschi, collegati stilisticamente con quelli delle Arche Scaligere. L’interno è un esempio di epoca gotica pur ricordando la tradizione romanica con poderose colonne che sostengono gli archi ogivali. Vicino al palazzo di città gli Scaligeri i nobili avevano realizzato la loro chiesa Santa Maria Antica e, all’esterno, fecero il loro cimitero. Chiesa risalente al VII secolo, di piccole dimensioni, di architettura romanica veronese, Sulla porta laterale d’ingresso s’innalza la Tomba di Cangrande I della Scala. Sotto un baldacchino pensile di forme gotiche, retto da colonne, sormontata da un’alta cappa a forma di piramide è l’urna del principe, al di sopra il letto funebre, con la figura giacente del defunto. Ma indubbiamente il motivo più caratteristico del monumento è la Statua Equestre di Cangrande che svetta sulla piramide. Il monumento di Cangrande è l’unico che sia posto fuori del recinto marmoreo posto all’interno di una splendida cancellata in ferro battuto, con simboli dell’emblema della Scala. Notevole, presso il cancello d’ingresso, sollevata dal suolo mediante colonne, l’Arca di Mastino II, composta da un baldacchino gotico, con sovrastante piramide con sopra la statua equestre del principe. Bella anche la fantasiosa Arca di Cansignorino che con accorgimenti scultorei presenta l’effetto di un gigantesco ed elaborato avorio scolpito. Proseguendo si giunge a Piazza delle Erbe.
La Piazza delle Erbe è una delle più belle e pittoresche piazze italiane, la singolare difformità degli edifici che la circondano e i notevoli monumenti che l’adornano la fanno definire “il più bel monumento di Verona”. Insistono sulla piazza il basso edificio merlato e porticato dell’antica Domus Mercatorum (dovuta a Alberto I della Scala), il Palazzo Maffei con accanto la Torre del Gardello. ed ancora la Torre dei Lamberti (83 m), la più alta della città, con ancora le antiche campane e con il Palazzo del Comune. Al centro della piazza, un’edicola cinquecentesca a pianta quadrata, chiamata Berlina, che serviva in antico per le cerimonie d’investitura delle cariche pubbliche. Proseguendo nella visita si raggiunge Porta Borsari che era la porta che immetteva nel decumano della città romana. Quello che si vede è il rivestimento della facciata, E’ il monumento più importante e meglio conservato della Verona romana, dopo l’Anfiteatro. I temi ornamentali furono ispirazione agli architetti del Rinascimento a partire dal Sanmicheli. Si giunge così a Piazza Bra.
La grande piazza con perimetro irregolare, ha edifici importanti: Palazzo della Gran Guardia, di Domenico Curtoni di stile Sanmicheli, il Palazzo Barbieri sede del Municipio, riecheggia gli antichi templi romani , in altro lato della piazza si trova l’Anfiteatro. E’ uno dei monumenti che rendono famosa Verona, conosciuta con il nome “Arena”. Risalente al I secolo è solo secondo al Colosseo di Roma. Pianta ellittica di circa 139 x 110 m. all’esterno. Il monumento è rivestito di mattoni e pietra veronese. La fascia anulare esterna è caduta o distrutta nel corso dei secoli e ne è rimasta solo un grandioso e altissimo frammento corrispondente a quattro arcate per ciascuno dei tre ordini, che i Veronesi chiamano “Ala”. L’aspetto di oggi è piuttosto diverso a quello originale, per mancanza dell’anello esterno che sarebbe stata la vera facciata monumentale, sostituita oggi dalla fronte interna. Le arcate del primo ordine sono alte poco più di 7 m, quelle del secondo poco più di 6 m. quelle del terzo 4,50 m . questa disposizione delle altezze accentua se visto dal basso, l’impressione dello slancio verticale. All’interno si trovano delle mensole utilizzate per sostenere le travi del portico, non sembra poter sostenere il velario, come per un certo tempo si pensava, perché con il suo enorme peso le mensole avrebbero dovuto essere poste esternamente L’interno dell’Arena è di per sé uno spettacolo di forza e di grandiosità fra i più suggestivi che si possano immaginare. L’ottimo stato di conservazione delle gradinate si deve ai veronesi che l’hanno difeso dando vita ad una speciale magistratura “Conservatores Areae”.che aveva il compito ai restauri dell’edificio. L’edificio aveva lo scopo di tutti gli altri anfiteatri, ospitare ludi di gladiatori, ed altre manifestazioni di divertimento. Dal 1913 l’Arena è divenuta la prestigiosa sede di grandiose rappresentazioni di opere liriche di fronte a pubblici imponenti sul più grande palcoscenico del mondo. Lasciando Piazza Bra e dirigendosi verso il Ristorante San Matteo Church, si aveva modo di vedere ancora, Piazza dei Signori e la Casa di Giulietta. Piazza dei Signori, così vicina quasi una continuazione di Piazza delle Erbe, si differenzia totalmente da essa. L’hanno definita in passato il “salotto” di Verona, è il luogo aristocratico della città. Vi si trova il Palazzo del Comune, con aggiunte rinascimentali sulla facciata romanica con l’alta torre merlata della seconda metà del ‘300., il Palazzo del Capitano, con facciata cinquecentesca e un bel portale del Sanmicheli (XVI). Ancora il Palazzo degli Scaligeri (ora Prefettura), profondamente rimaneggiato nel tempo e fortemente legato al ricordo di Dante, che ricordiamo, presso gli Scaligeri, trovò “lo primo refugio, il primo ostello”. Di grande rilievo in Piazza dei Signori la splendida Loggia del Consiglio, uno degli edifici del Rinascimento a Verona. Qui si unisce alla grazia toscana delle forme, la preziosità della decorazione e i caldi toni del colore veneto. Al centro della piazza il bel monumento a Dante (scultore U. Zannoni). Dalle Piazza dei Signori e da quella delle Erbe si può accedere al cortile interno del Palazzo del Comune. A pianta quadrangolare è formato dai quattro corpi dell’edificio, mantenendo le medesime strutture esterne “ zebrato” a fasce di mattoni di pietra con forti e larghe arcature del portico di impianto romanico. Qui si può vedere la lapide anticamente usata per le denunce segrete sulla quale appare la seguente scritta “Denunzie secret, contro usurarj e contrati usuratici di qualunque sorte”, con naturalmente la fessura per introdurre l’anonima segnalazione. Poco distante la Casa di Giulietta. Si legge sulla lapide posta sulla casa di Giulietta “ Queste furono le case dei Capuleti d’onde uscì la Giulietta per cui tanto piansero cuori gentili e i poeti cantarono secoli”. Posta in via Cappello, edificio forse del XIII secolo, dalla bella facciata in mattoni, che la tradizione indica come la casa dei Capuleti ( la famiglia di Giulietta). Nel cortile interno è visibile il famoso balcone della leggenda; accanto ad esso una lapide che reca in inglese ed italiano, i versi del celebre passo della tragedia scespiriana. Nel cortile è posta la statua bronzea di Giulietta. Non credo che vi sia coppia di fidanzati o di semplici turisti che rinunci farsi fotografare abbracciati alla statua, spesso poggiando le palme delle mani sui seni della statua .A questo rito non si sono sottratti molti nostri Soci e sorprendentemente anche il nostro Agostino si è sottoposto al rituale. Notevole l’affluenza dei turisti dimentichi forse dell’alto significato poetico della vicenda e riducendo la visita a un mero passaggio consumistico. La pausa pranzo, nel detto Ristorante San Matteo Church, è stata l’unica nell’arco di tutto il Tour, con qualche problema. In pratica l’affluenza al ristorante era così numerosa che abbiamo dovuto sostare in attesa, che i commensali che ci avevano preceduti, finissero e che i camerieri apparecchiassero la tavola per noi. Ciò ha comportato un’attesa fuori programma che è stata compensata poi dal pranzo e dalla velocità del servizio al tavolo. Terminata la funzione di ristoro e di riposo si procedeva ad un’ulteriore visita della città che ci permetteva di vedere alcune delle porte principali della città quali la Porta Nuova del Sanmicheli con il vasto piazzale immediatamente fuori dalla cerchia di mura veneziane ed austriache. La porta conserva le strutture originali costruita da Sanmicheli con rimaneggiamenti austriaci ed immette direttamente al centro con il Corso Porta Nuova fiancheggiato da edifici moderni. Proseguendo si
passava sotto i Portoni della Bra, due archi merlati, facenti parte della cerchia di mura costruite da Gian Galeazzo Visconti, e fiancheggiati dalla Torre Pentagona. Al centro il Monumento a Vittorio Emanuele II e quello recente dedicato al partigiano. Si giungeva piano piano fino a Castelvecchio, grande mole turrita, costruita per difesa esterna ed interna da Cangrande II della Scala (1354). Subì gravi danni con le successive dominazioni, viscontea, veneziana, francese, austriaca. L’irregolare perimetro esterno del castello si appoggia a sei torri coperte e ad una più alta e forte, il Mastio. Ora il Castelvecchio è sede del Museo Civico. Si passa l’Adige attraverso il celebre ponte appartenente al sistema difensivo e logistico di Castelvecchio. Il Ponte nato come opera militare, si è rivelato capolavoro d’ingegneria medievale. Eretta nel 1355 da Cangrande II della Scala, ha tre grandi arcate di cui la centrale arditissima, di grande effetto scenografico. Ormai la giornata di visita volgeva al termine e pertanto ci si avviava verso il posto dove avremmo trovato il pullman. Ma la giornata ci doveva riservare un bello scherzetto. Procedendo l’ungo l’Adige per raggiungere il pullman, venivamo investiti da un violentissimo temporale, che ricordava più una pioggia tropicale che un grosso temporale italico.
Il fatto
L’andatura del gruppo avveniva in modo sfilacciato con molteplici fermate in attesa di ricomporre il drappello, quando, dopo una giornata che ci aveva regalato anche un piacevole sole e una temperatura di primavera, il tempo metteva in atto una proditoria vendetta. Sembrava quasi un finale da operetta, immaginate che ci si era soffermati forse più del tempo che meritasse la visita al balcone di Giulietta di cui vi abbiamo riferito, quando alcune gocce di pioggia cominciavano a cadere quasi a ricordarci che la giornata doveva essere piovosa ed invece s’era concessa una pausa per permetterci l’escursione in tutta tranquillità. La cosa si è presa sotto gamba, anche perché la forza di reagire con una velocizzazione della marcia non era pensabile, sia per la stanchezza sia per il gruppo che era già molto diviso in gruppetti. Ed allora Giove Pluvio si è presa la soddisfazione di farci assaporare che gli umani, rispetto alla natura sono ben poca cosa. In men che non si dica ha scatenato un acquazzone di tipo tropicale di una intensità apocalittica anche se di durata limitata, quaranta minuti. Sulla strada si riversava non solo ciò che dal cielo cadeva ma anche gli scarichi dei pluviali dei tetti, trasformando, dopo solo pochi istanti, la strada in ruscelli. L’attraversamento della strada poi si è mutata in un gioco di prestigio, si dovevano combinare svariati accadimenti: che non passassero auto trasformate in motoscafi per le colonne d’acqua sollevate, che la pozzanghera da guadare non avesse un’altezza superiore a quella della suola delle scarpe, le cui tomaie erano già compromesse dall’acqua caduta dal cielo e per ultimo, ma non per questo meno importante, sincronizzare l’attraversamento di 48 Soci, non tutti con le stesse capacità natatorie, pardon, capacità d’attraversamento, ma la situazione era tale che le persone schierate sul bordo del marciapiede assomigliavano più a dei nuotatori dei 100 metri in vasca, che a dei podisti pronti al colpo di pistola del giudice. Qui però mi devo abbandonare ad una osservazione che non farà piacere ai più, gentili donne, vedere delle signore uscite per la giornata di visita in gran forma tutte “arcutinate”, trasformate con i capelli appiccicati sulla fronte e con le belle onde scomparse dai marosi della pioggia. Ma è bastato raggiungere il “cimitero” per ritrovare il sorriso. Ho proprio detto cimitero perché rappresentava la meta agognata per finire…..le nostre ambasce, perché proprio dietro il luogo del riposo eterno, avremmo trovato il nostro pullman che ci avrebbe riportato in albergo. All’arrivo al nostro campo base, rapida doccia, cambio di abito e tutti pronti per la cena, sempre all’altezza della situazione per servizio, qualità e quantità. Appuntamento finale per le otto del mattino del giorno dopo, che prevedeva la visita a Mantova.

3° giorno 5 Maggio Sabato - Mantova

Dopo un’abbondante colazione, che vedeva impegnati i cari Soci in cambi d’abitudine, della rituale colazione casalinga italica in maturi turisti con abitudine anglosassone e tedesche, ci si preparava alla partenza per il breve tragitto che ci avrebbe portato a Mantova.
Devo fare una premessa, Mantova oltre che dare i natali a Virgilio, ha dato i natali anche a mio padre, che pur non essendo un uomo illustre è stato per me una guida per la mia vita e di questo gliene sono riconoscente. Perché dico ciò, per far capire che il mio occhio e i miei sentimenti sono particolarmente vicini a questa città. Pertanto nel descriverla, perdonatemi alcuni slanci forse eccessivi. D’altra parte, scusatemi se posso pregiarmi di una bella mistura di città in cui o sono nato od ho vissuto od ho per scelta ( e per discendenza materna), di risiedere, avendone una ottima accoglienza e dimostrandogli tutto il mio affetto e ammirazione. Parlo naturalmente di Roma, Milano Mantova e Spoleto. Con questo incipit provo a descrivervi cosa si può provare a visitare la città di Mantova. Mantova appare in una atmosfera che si potrebbe definire irreale, circondata dalle acque e per buona parte dell’anno leggermente avvolta dalla nebbia da cui emergono i suoi campanili e torri. Sorta su due isolette create dal fiume Mincio, è tutt’ora bagnata per tre lati dal fiume, che forma a nord-ovest il lago Superiore, a nord-est il lago di Mezzo, ad est il lago Inferiore. Intorno oltre l’ansa che racchiude l’abitato, si stende l’ampia, ubertosa pianura silente fra le cime di pioppi. Solo verso nord si scorgono le lievi ondulazioni delle alture che costituiscono l’anfiteatro morenico del Garda. Ed è in questa pianura, lontana dal tempo ma sempre viva nello spirito nella tranquilla monotonia della vita agreste e dalla contemplazione che nascono le Georgiche di Virgilio, il grande mantovano poeta dell’impero, che sopra ogni cosa canta la poesia della terra “di questa dolcezza profonda di paesaggio corcato nel verde”. Proprio per tale geografia di paesaggio che formava il Mincio si insediò il primo villaggio preistorico, naturalmente difeso. Poi si sviluppò intorno al 1000 a.C., la città etrusca. Il paese fu poi occupato dai Galli e poi dai Romani. Nel III /IV secolo si diffuse il cristianesimo (tradizione di San Longino) e il culto del Sangue di Cristo attualmente custodito nella basilica di Sant’Andrea. Caduto l’impero vi furono le invasioni dei barbari e le diverse dominazioni di Goti, Bizantini, Longobardi e Franchi. Nel Mille divenne dominio feudale della famiglia Attoni, detta di Canossa, la cui ultima rappresentante fu la contessa Matilde (1046-1115). Dopo la sua morte divenne libero Comune e difese la sua indipendenza nei secoli XII e XIII contro le forze imperiali, ingrandì’ il suo territorio e si abbellì di magnifici palazzi (Broletto e Ragione). Nel periodo delle lotte tra Guelfi e Ghibellini, Pinamonte Bonacolsi, si impadronì del potere (1273) e la sua famiglia ebbe il potere per oltre mezzo secolo, contribuendo ad accrescere la bellezza artistica (Palazzo Bonacolsi, del Capitano, l’Arengario, la Magna Domus e diverse chiese), Nel 1323 con la morte di Rinaldo detto Passerino, ucciso durante una rivolta popolare fomentata dai Gonzaga, terminò la signoria dei Bonacolsi ed ebbe inizio quella dei Gonzaga, con Luigi capitano del Popolo e capostipite della famiglia. Sotto i Gonzaga, creati marchesi nel 1433, dall’imperatore Sigismondo e duchi nel 1530 da Calo V, Mantova divenne capoluogo di un notevole stato e conobbe un periodo di gloria militare e di splendore artistico, durato circa quattro secoli ( sorse il Castello di S. Giorgio e il Santuario delle Grazie. Fu frequentata da illustri ingegni: Ariosto, Tasso, Correggio, Tiziano e Cellini), Sotto Ludovico II venne esaltata la nuova arte rinascimentale ospitando Brunelleschi, Fancelli, Alberti, Laurana, Mantegna e Poliziano. Ma soprattutto Leon Battista Alberti e Mantegna danno l’impronta alla Mantova dei tempi d’oro: S’aprirà la splendida decadenza con Giulio Romano che creò il Palazzo del Te e lasciando traccia nel riordinamento urbanistico di Mantova. Nel 1827 si estinse la linea primogenita dei Gonzaga dando inizio alla lenta decadenza della città. Nel 1707 Mantova passò sotto il dominio austriaco, ma anche in questo periodo ebbe ancora fervore artistico (cupola di S. Andrea, il Teatro Scientifico, i maestosi palazzi Sordi, D’Arco, Valenti, Corriani e Canossa. Assediata e presa da Napoleone ritornò, dopo alterne vicende, nel 1814 all’Austria. Divenne uno dei capisaldi del “Quadrilatero” difensivo. Nonostante l’opera di repressione, la fede liberale si diffuse tra il popolo e col sacrificio dei Martiri di Belfiore, la città scrisse una delle pagine più belle e gloriose del nostro Risorgimento: Nel 1866 Mantova entrò a far parte dello Stato Italiano. Mantova lombarda, confinante con Emilia e Veneto, riassume a mio giudizio i pregi delle tre regioni; la volontà e la serietà nel lavoro, la buona tavola e il piacere del vivere e quello di parlare in libertà senza malizie.
Come previsto ad attenderci c'era la guida che provvedeva ad accompagnarci al Castello di San Giorgio, Fatte le operazioni preliminari, venivamo divisi in due gruppi per accedere al Palazzo Ducale. E’ necessario comprendere che l’ungi dall’essere un edificio singolo, è in realtà un enorme complesso di costruzioni di varia epoca e quindi di vario stile, collegate fra loro da passaggi interni e occupante un’ampia superficie compresa fra piazza Sordello e il lago. Basta pensare che vi sono 500 stanze, alcune delle quali sono immense sale, 15 aree all’aperto fra giardini, cortili e piazze. Fatto costruire da Francesco I Gonzaga ‘ il castello San Giorgio è un esempio di architettura militare. Nella metà del Quattrocento Ludovico II Gonzaga decise di abbandonare la Corte Vecchia e con la sposa Barbara Hohenzollern di ritirarsi nella nuova abitazione. Il castello fu rimaneggiato e decorato da due artisti di fiducia, Andrea Mantegna e l’architetto e scultore Luca Fancelli, per trasformare la severa fortezza in una comoda e fastosa dimora. All’interno, al centro dell’edificio, si trova il Cortile, cinto su tre lati da portici dei quali due, di elegante fattura, furono aggiunti nel 1472 da Luca Fancelli su disegno del Mantegna. Una scala elicoidale conduce al primo piano, dove si accede nel Salone d’Ingresso. Tutta questa parte del Castello è stato rivisto da Giulio Romano in occasione del matrimonio di Federico II con Margherita Paleologo. Qui si trovano le stanze più belle del castello.
Camera degli Sposi
Anticamente chiamata “Camera Picta”, fu interamente affrescata dal genio di Andrea Mantegna, che vi profuse tutta la sua arte, celebrando l’umanistica gloria del buon principe Ludovico e della sua famiglia. Molti altri dipinti in Mantova del Mantegna, sono andati perduti, e molte altre arricchiscono oggi i più importanti musei del mondo. La composizione, la cui influenza fu grande anche nell’architettura contemporanea, raffigura un classico padiglione dalla volta ricoperta di finti bassorilievi, al centro del quale si inserisce un festoso tondo di cielo, che è uno dei più noti motivi pittorici del Rinascimento. Sulla parete del camino e su quella adiacente di sinistra sono dipinti i due principali episodi della decorazione che raffigurano l’uno la “ Famiglia del Marchese Ludovico radunata per una cerimonia”, probabilmente la lettura del breve pontificio che eleva il secondo genito Francesco al cardinalato, e l’altro “ l’Incontro del Marchese Ludovico col figlio Francesco cardinale e col suo seguito”. Ma quello che colpisce oltre all’incisiva forza di rappresentazione del Mantegna e lo straordinario potere evocativo del racconto storico in un discorso di profondo senso umanistico. E’ infatti un ritratto di vita contemporanea con originalità e intelligenza del rapporto che lega, le parti dipinte con la struttura architettonica dell’ambiente: le pareti si aprono come in un grande porticato, oltre cui si affaccia il paesaggio. Mantegna trova una classicità monumentale, in una visione ampia e luminosa, in modo narrativo semplice e maestoso insieme. Prima di osservare le grandi scene narrative, il famoso oculo del soffitto, i personaggi brillantemente evocati dal Mantegna, va infatti considerata la struttura complessiva della stanza, magicamente trasformata in un ricco padiglione. Con un gusto straordinario dell’illusione e l’uso spregiudicato della prospettiva e della luce. Mantegna cambia completamente la nostra percezione dello spazio e della consistenza dei materiali. I muri diventano tende damascate sorrette da ricchissimi pilastri, le pitture del soffitto simulano il rilievo dello stucco e il mosaico a fondo oro una ghirlanda di frutta e foglie cinge la volta e le lunette, il cielo aperto appare nelle parti alte delle pareti e attraverso l’oculo, una nuvola assume un profilo umano. E’ in questa mutazione dello spazio che consiste il più forte fascino della Camera degli Sposi.
Terminata la visita ci si avviava al Palazzo Ducale passando davanti la Basilica Palatina di Santa Barbara. E’ la Basilica della corte gonzaghesca, voluta da Guglielmo Gonzaga. Ideata come sede delle fastose cerimonie liturgiche di palazzo accompagnata da musiche sacre e dotata di un prezioso organo (Antegnati). Recentemente si sono ritrovati i resti di quattro duchi e di altri componenti della famiglia ducale, tra questi anche di Guglielmo che la chiesa volle, e che di fatto, trasformò in pantheon della famiglia Gonzaga.

Palazzo Ducale – Sala del Pisanello ed altro
La Magna Domus e il Palazzo del Capitano si raggiungono velocemente lasciando il Castello San Giorgio e la Camera degli Sposi, ed entrando nel nella parte più antica del cosiddetto Palazzo Ducale Al momento dell’ascesa al potere dei Gonzaga, quando si impadronirono dei palazzi eretti dai Bonacolsi, pensarono di trasferirsi nel primo nucleo della futura reggia, denominata in seguito Corte Vecchia. Nei decenni successivi i Gonzaga abbandonarono la Corte Vecchia, stabilendosi in edifici di più recente costruzione. Poi mediante lavori di rifacimento e l’aggiunta di nuovi palazzi, collegati tra loro da un sistema di passaggi coperti, la reggia finì per divenire nel ‘600 una vera città nella città. Si può affermare che la reggia di Mantova, così variamente articolata, non ha somiglianza con le altre dimore principesche italiane, ma richiama alla mente soltanto i Palazzi Vaticani, ai quali forse si ispirarono. Con la sconfinata successione di sale, la reggia presenta una preziosa rassegna di ambienti cinquecenteschi e degli inizi del seicento. Ma non mancano alcune parti del tardo settecento, Sale dei Fiumi e degli Specchi e l’Appartamento degli Arazzi, che vennero sistemati dalla Corte di Vienna , succeduta ai Gonzaga nel governo di Mantova. Percorso lo scalone, che parte sotto il portico del Palazzo del Capitano, si arriva al primo piano e si entra nella sala dei Duchi, detta anche dei Principi, per i medaglioni che ornano tutt’intorno raffiguranti personaggi della famiglia Gonzaga. In questa Sala, sono stati rinvenuti nel 1969, dopo lunghe ricerche, ampi resti di una importante decorazione del Pisanello, che lavorò a lungo a Mantova, Sontuosa pittore di Corte, multiforme disegnatore, impareggiabile medaglista, fu il maggior allievo di Gentile da Fabriano. Tutta la sua opera rivela una profonda attrazione per la singolarità delle forme. Sempre in movimento da una corte all’altra, a Mantova il Pisanello eseguì una delle sue opere maggiori proprio nella grande decorazione della Sala dei Principi, che raffigura gesta di cavalieri in un ampio scenario paesistico e un sanguinoso torneo introducendo anche personaggi della corte gonzaghesca e molti simboli di questa famiglia. Eseguiti in parte solo in sinopia, in parte in affresco. Già i contemporanei indicavano l’ambiente così decorato come “Sala del Pisanello”. Alcune lettere indirizzate a Federico I Gonzaga parlano infatti del crollo del soffitto nella “Sala del Pisanello”. Dopo i primi ritrovamenti fu staccato completamente l’intonaco del fregio, recuperando così gran parte degli affreschi e delle sinopie, Proseguendo la visita si transita nella Galleria della Mostra nella quale si trovano alcuni busti (Virgilio, il marchese Francesco II) e il quadro la Caduta dei Bonacolsi di Domenico Moroni. Ancora nella Sala di Manto, una delle più grandiosi e superbe del Palazzo con le decorazioni raffiguranti la fondazione della città e gli inizi della sua vita, attribuite al Primaticcio, prendendo il nome dalla mitica fondatrice. Secondo la tradizione il mitico fondatore, l’eroe Ocnus, la dedicò alla divinità maschile Mantus, e che i Romani confusero poi con l’indovina Manto, figlia di Tiresia. Si ammira la grande tela del Rubens raffigurante “i duchi Guglielmo e Vincenzo Gonzaga con le rispettive duchesse Eleonora d’Austria e Eleonora de’Medici in adorazione della Trinità. Seguono il Salone degli Arcieri, adibito ad anticamera dell’Appartamento Ducale guardato dagli arcieri. Ancora l’Appartamento degli Arazzi trasformata nello stato attuale per conto della corte imperiale di Vienna, per ospitare una delle più antiche repliche dei 9 arazzi, la cui prima serie si trova in Vaticano, eseguiti in Fiandra su cartoni di Raffaello. La Sala del Labirinto, sempre dell’Appartamento Ducale, fatto costruire dal duca Guglielmo, nel cui soffitto è raffigurato il labirinto, un motivo assai caro al Rinascimento e in particolare ai Gonzaga. Qui è possibile vedere un episodio della vita di Vincenzo: l’assedio di Canissa, in Ungheria, nella guerra contro i Turchi. La Sala dei Fiumi, le cui pareti sono decorate con personificazione dei fiumi del mantovano, con il soffitto nel quale si trova un’Allegoria in onore di Maria Teresa imperatrice (Anselmi 1776). La Sala si affaccia sullo spettacolare Giardino Pensile. Tante altre sale meriterebbero una citazione e tanti altri spazi occorrerebbe menzionare ma la visita del complesso meriterebbe forse di essere vista più volte per apprezzarne bene la bellezza e l’importanza. Simbolo del potere dei Gonzaga, Palazzo Ducale è testimone della grande bellezza italiana: la Camera Picta, capolavoro del Mantegna, ma ogni epoca ha lasciato tracce e testimonianze dal Medioevo all’arte contemporanea. Come scrisse Torquato Tasso ( uno dei tanti artisti che qui soggiornarono; da Pisanello a Mantegna, da Giulio Romano a Rubens, a Monteverdi) “questa è una splendida città, degna c’un si muova mille miglia per vederla” Mi sembra che l’invito, molti secoli dopo sia ancora valido, e non abbiamo ancora visto quanto ci riservava il pomeriggio
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Ora di Pranzo e Proseguimento visita
Raggiunto velocemente il Ristorante Spirito Divino, si dava tregua alla sequenza di meraviglie e bellezze che alla fine stordiscono e danno una assuefazione che solo ripensandole in seguito se ne riesce a capirne la magnificenza, la grandezza e l’orgoglio di appartenere a questa magnifica terra. Il pomeriggio ci riservava la visita delle principali chiese e di alcuno angoli della città. Un breve tratto di strada nel cuore della città, percorrendo i portici pieni di negozi di ottimo livello, si arriva a Piazza Mantegna nella quale troneggia la Basilica di Sant’Andrea. E’ l’ultima opera di Leon Battista Alberti un vero capolavoro dell’architettura rinascimentale che è stata poi modello di innumerevoli chiese nel mondo intero. Ad affiancarlo nella mirabile opera nomi illustri quali Mantegna, Correggio, Giulio Romano, Juvarra, Canova e tutto al fine di dare la massima evidenza alla Reliquia del Preziosissimo Sangue di Gesù, che a prescindere dalla sua autenticità, è un evento cardine della fede cristiana, il sacrificio del Redentore, con il suo valore sacramentale nell’Eucarestia. Quando la reliquia emerse, l’evento indusse il papa a mettervi un vescovo, favorendo così conseguenze religiose ma anche sociali, economiche e politiche che l’hanno portata al rango di città. Ecco i motivi dello splendore di Sant’Andrea e la riconoscenza dalla città. Nel 1470 Leon Battista Alberti presentò il progetto a Ludovico II Gonzaga, che definì “più capace, più eterno, più degno e più lieto”e il marchese dette il suo assenzo. Alla morte di Alberti la direzione passò all’architetto fiorentino Luca Fancelli. Tra la facciata e la cupola intercorrono circa 300 anni ma l’impronta di Alberti è rimasta grazie ad un progetto tale da ammettere poche e non sostanziali deroghe. L’interno è ad unica ampia navata (m 103 lunghezza, 19 di larghezza e 28 d’altezza). Volta a botte a finti cassettoni. Alle pareti decorazioni bibliche e scene evangeliche di pittori locali sotto la guida del veronese Paolo Pozzo. La cappella più importante è la prima a sinistra intitolata a San Giovanni Battista dove trova sepoltura Andrea Mantegna che due anni prima di morire dispose di essere qui sepolto. Nella lapide nel pavimento si legge “le ossa dell’artista sono state composte con quelle dei due figli nel sepolcro costruito dal nipote Andrea”. Il busto in bronzo di Giammarco Cavalli ha l’epigrafe “tu che vedi le sembianze di bronzo del Mantegna , saprai che questi è pari, se non superiore ad Apelle”. Sulle pareti quadri della scuola Mantegna; Sacra Famiglia e la famiglia del Battista. Il paliotto d’altare è formata da tre pannelli lignei dipinti. La volta è affrescata con i Quattro Evangelisti e presenta un fine intreccio di tralci e graticci con al centro lo stemma della famiglia Mantegna. Proseguendo la visita ci ritroviamo nuovamente a P.zza Sordello, dove oltre al Palazzo Ducale troneggia il Duomo o Cattedrale di San Pietro. E’ tra i più antichi edifici della città e il principale luogo di culto. Di origine paleocristiana, venne ricostruito in epoca medioevale, inizialmente in stile romanico, venne ampliato con Francesco Gonzaga (inizio XV sec) ed il suo interno verrà restaurato da Giulio Romano .L’esterno si presenta con varie tracce di stili architettonici: il campanile romanico, la facciata tardo barocca e la fiancata destra gotica in cotto rosso. La facciata attuale è in marmo di Carrara ispirandosi alle chiese barocche romane di stile tarde barocco La testimonianza visiva dell’antica facciata policroma si può avere nel dipinto di Domenico Morone “La cacciata dei Bonacolsi”, conservato nel Palazzo Ducale. La struttura delle guglie e dei pinnacoli individua la ripartizione interna del Duomo in tre cappelle laterali Il suo interno è suddiviso in cinque navate separate da colonne corinzie. La navata centrale è coperta da cassettoni dorati come le due navate esterne, mentre le due navate intermedie sono chiuse da volta a botte. L’interno è stato disegnato da Giulia Romano su commissione del cardinale Ercole Gonzaga, a seguito di una cappella andata distrutta a causa di un incendio che trasformò l’interno della Cattedrale per renderlo simile all’antica Basilica di San Pietro a Roma. L’interno della cattedrale è a croce latina, lungo ciascuna delle due navate laterali esterne si apre una fila di cappelle laterali, ornate dai più importanti artisti del manierismo mantovano (Paolo Veronese, Giulio Campi). Sulla crociera si erige la cupola con tambura ottagonale. Tra le opere d’arte un sarcofago paleocristiano, la Cappella dell’Incoronata simile all’idee di Leon Battista Alberti e la sacrestia con la volta affrescata da un seguace di Andrea Mantegna. L’Altare Maggiore in marmi policromi è sormontata da un crocefisso ligneo scolpito. Uscendo dal Duomo ci si avviava verso Piazza delle Erbe dove si trova la Rotonda di San Lorenzo. E’ la chiesa più antica della città. Attualmente sotto il livello di Piazza delle Erbe, probabilmente si trova sul sito di un tempio romano dedicato alla dea Venere. Ispirata alla chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme e dedicata a San Lorenzo. Ha una pianta centrale e ha mantenuto caratteristiche antiche come il matroneo e gli affreschi della scuola bizantina. Un frammento di affresco nell’abside, raffigura il Martirio di San Lorenzo. La costruzione , secondo la tradizione lombarda, è in mattoni, ma ha due colonne e dettagli in marmo, provenienti da edifici antichi. Nel corso dei secoli subì trasformazioni, i progetti di Leon Battista Alberti e di Giulio Romano non ebbero seguito, fino alla sua definitiva sconsacrazione e il tempio fu chiuso al culto nel 1579 su disposizione del duca Guglielmo Gonzaga. Sconsacrata, decadde rapidamente e divenne prima un magazzino e poi una volta scoperchiata, un cortile circolare ad uso privato all’interno del popoloso quartiere del ghetto ebraico mantovano. Dopo l’esproprio nel 1908 e dopo il restauro nel 1911, fu restituita al culto nel 1926. Liberata dalle sovrastrutture e dagli edifici che ne occludevano completamente la vista. Nel nucleo centrale si ammirano parti di cinque affreschi romanici. Sempre nella Piazza delle Erbe tra il Palazzo della Ragione e la rotonda di San Lorenzo si eleva la Torre dell’Orologio. E’ un edificio rinascimentale, a pianta quadrata (1472/73) dall’architetto fiorentino Luca Fancelli, Sulla torre venne collocato l’orologio astronomico, indica le ore ordinarie degli astrologi e inoltre il percorso del sole attraverso i segni dello zodiaco e le fasi lunari. L’adiacente Palazzo della Ragione, edificato verso il 1250, dalla famiglia Canossa per ospizio dei pellegrini in visita a Mantova alle reliquie del Preziosissimo Sangue di Cristo, venne poi adibito a palazzo del Comune e quindi a mercato. Durante la signoria dei Gonzaga fu congiunto al palazzo del Podestà e poi adibito a palazzo di Giustizia. Dopo notevoli modifiche nel corso degli anni, nel 1942, su progetto dell’architetto mantovano Aldo Andreani, venne ripristinata la facciata originale e lo spazio interno, dotato di una sala unica, alle cui pareti tracce di affreschi di Profeti. Andando verso il pullman che ci avrebbe riportato al nostro albergo a Sirmione, alle spalle della cattedrale una costruzione quattrocentesca, con suggestiva loggetta e mini giardino interno identificata ora per la casa del Rigoletto, e per dare maggiore autenticità alla scelta, al centro del giardinetto si trova la statua bronzea del tragico buffone di corte dell’opera. Rientro senza problemi a Sirmione in albergo, breve sistemazione personale, cena e appuntamento per il giorno dopo per la visita a Brescia.

4° giorno 6 Maggio Domenica – Brescia

L’appuntamento a Brescia con la nostra Guida era per le ore 09,15 e puntuali come al solito eravamo li per iniziare la visita. Brescia è collocata in una posizione strategica, a breva distanza da Milano e Venezia ed all’intersezione dei grandi corridoi europei che collegano la Francia all’Austria e la Germania e il centro Europa a Roma. Ma non con questo volevo aprire il discorso su Brescia. Personalmente devo ammettere di essere molto ignorante e di aver dato maggior peso al suo valore imprenditoriale legata a settori storici, quali la siderurgia e la metalmeccanica e alla sua vitalità commerciale, ma appunto ignoravo che è una città d’arte. E’ un contenitore della grande storia d’Italia in cui i fasti dell’impero Romano sono ancora lì, evidenti nel centro storico con l’anfiteatro, il tempio e i suoi mosaici di una bellezza che lascia senza fiato. Così come gli edifici Barocchi che si accostano a quelli Medievali, come anche della città neoclassica e Risorgimentale a quella moderna. Si percepisce un’alta qualità della vita che emerge dall’eleganza di molti edifici, dai portali in marmo e dai muri in sasso e pietra scolpiti. E. Flaiano affermava “Non si può, davanti alla pittura bresciana, astrarsi dalla città in cui fu concepita, poiché di una città l’arte resta sempre la migliore autobiografia” La prima visita ci portava al museo di Santa Giulia, il più importante luogo di memoria storica della provincia di Brescia. Unico in Italia e in Europa per concezione espositiva e per sede. Essa permettere di percorrere dall’età preistorica fino al secolo scorso. E’ allestito in un complesso monastico di origine longobarda, con un’area espositiva di 14.000 mq. Il museo contiene 11.000 pezzi di diversa natura. Sopra tutti spicca la statua di Afrodite e un grande bronzo che raffigura la Vittoria alata e che è stata eletta a simbolo della città. La Croce di Desiderio un capolavoro dell’oreficeria longobarda del IX secolo realizzata in legno rivestita da una lega metallica, decorata con cammei e pietre colorate, al entro è incastonato un ritratto del IV sec, sul retro il Cristo crocefisso, La Croce è esposta in una sala dell’oratorio di Santa Maria in Solario che, nel XII sec. era utilizzato dalle monache come luogo di preghiera; le pareti della sala sono ricoperte da affreschi cinquecenteschi e sulla cupola è disegnato un magnifico cielo stellato. Importanti sono le Domus dell’Ortaglia, residenze di epoca romana ed il Coro delle Monache, capolavoro del Rinascimento edificato tra la metà del Quattrocento e il Cinquecento e destinato a coro della chiesa di Santa Giulia. La struttura in origine era un monastero femminile, che l’ultimo re longobardo Desiderio e la moglie Ansa fecero erigere nel 753, dedicandolo a San Salvatore e a Santa Giulia. La struttura ebbe un importante ruolo religioso, politico ed economico, anche dopo la sconfitta inferta ai Longobardi da Carlo Magno - la stessa che fu poi magistralmente raccontata da Manzoni nell’Adelchi. L’opera narra la tragica vicenda di Ermengarda, figlia di Desiderio e sposa ripudiata da Carlo Magno, imperatore dei Franchi. Una storia drammatica e al tempo stesso romantica: la dolce e fragile Ermengarda muore in preda al delirio dopo essere venuta a conoscenza delle nuove nozze di Carlo Magno. Terminata la visita che avrebbe richiesto forse tutta la mattinata, ci si spostava all’Area Archeologica. La storia della conquista romana della valle del Po è una vicenda lunga quasi tre secoli. Le popolazioni della Valle Padana con cui i Romani dovettero confrontarsi, sottomessi i Senoni nel 284 a.C., non furono popolazioni semibarbare da civilizzare, ma alcune con una lunga tradizione culturale con radici comuni ai latini. La scoperta più inattesa è quella di Brescia Romana. Sono stati portati alla luce da un intenso lavoro di recupero. L’area archeologica si sviluppa attorno all’imponente Tempio Capitolino, al Foro, al Teatro romano del III sec. d.C. Il Tempio Capitolino è la più importante testimonianza monumentale della “Brixia” romana. I primi scavi risalgono al 1823, dopo numerose frane del retrostante colle Cidneo che lo avevano quasi completamente nascosto, Eretto da Vespasiano nel 74 d.C., il maestoso edificio si trova su un terrazzo naturale, con al centro un tempio e ai lati due file di portici. I resti delle alte colonne corinzie sono conservati al suo interno, insieme a lapidi e fregi. In una cella centrale si trovano opere in marmo Botticino (marmo di colore beige della zona di Botticino), probabilmente dedicate a Giove, Giunone e Minerva. Fra queste rovine, nel1826, vennero trovati alcuni bronzi fra i quali la Vittoria Alata, simbolo della città Il vicino Teatro Romano fu tra i maggiori del regno dell’imperatore Augusto (diametro 86 m. e una scena larga 48 m) e poteva contenere sino a 15.000 spettatori. Terminata la visita all’Area Archeologica,, che ha visto alcuni Soci limitare la visita ad alcuni luoghi evitando passaggi e gradinate un poco impervie, ci si è diretti al Ristorante Molin del Brolo. Anche questo ristorante è stato ad ottimo livello, come tutti quelli dei quali abbiamo usufruito nel corso del nostro Tour
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Pomeriggio in visita alla città di Brescia.
Proprio nel cuore antico si trovano tre grandi piazze: Piazza Paolo VI, Piazza della Loggia e Piazza Vittoria. In Piazza Paolo VI si trovano il Duomo Nuovo, quello Vecchio e il palazzo del Broletto: La piazza costituiva il fulcro della vita religiosa e civile e l’area è frutto dell’unione di piazzette medievali minori: Il Duomo Nuovo ,edificato fra il Sei e Ottocento è sorto sulle rovine di una precedente antica basilica di San Pietro de Dom. I lavori terminarono, dopo notevoli rallentamenti per problemi finanziari, con il completamento della cupola. Dal pavimento alla sommità della lanterna si hanno 80 m d’altezza e la cupola è la terza più alta d’Italia. La facciata barocca è realizzata in marmo Botticino. L’interno del Duomo presente sulla destra un crocefisso ligneo del ‘400, proseguendo sempre lato destro è visibile l’Arca di Sant’Apollonio, vescovo di Brescia nel III sec. Ancora due coppie di tele del Romanino. Nella cappella della Trinità si trova la pale di Giuseppe Nuvolose, un grandioso ex voto per la fine della peste nel 1630. Sullo sfondo del presbiterio la pala dell’Assunta di Iacopo Zoboli e alla sinistra una tela di Palma il Giovane. Lungo la navata sinistra trova posto il monumento dedicata a Giovanbattista Montini dello scultore Raffaele Scorzelli. Il Duomo Vecchio, detto anche “Rotonda” per la sua forma circolare (1100), esempio di architettura romanica. Fu edificato sulle rovine di una basilica del VI sec., la sua insolita forma a pianta circolare trae ispirazione dalle geometrie del Santo Sepolcro di Gerusalemme. La sua forma circolare originaria venne poi modificata dalla aggiunta di due transetti e l’altare maggiore. L’interno della chiesa presenta grandi tele, cripte, pilastri e cupole, all’ingresso un sarcofago in marmo rosso di Verona e più avanti ancora un altro sarcofago, Scendendo pochi scalini si entra nella rotonda dove sono visibili i resti di istallazioni termali del I sec. a.C.: Scendendo ancora altri scalini vi sono i capitelli della cripta romana. Dietro l’Altare Maggiore una pala del Moretto raffigurante l Assunzione (1526). Ancora nell’altare di destra altri dipinti del Moretto e del Romanino, mentre a sinistra è custodito il Tesoro delle Sante Croci, ma per evidenti motivi di sicurezza e di conservazione gli oggetti vengono esposti solo in alcuni giorni dell’anno. Il Duomo Vecchio è luogo di assoluta importanza artistica, storica e spirituale. Sul fianco opposto rispetto al Duomo Nuovo si trova il Broletto. Sorto nel XII secolo con linee rigorose del Medioevo lombardo, centro di tutte le battaglie per l’indipendenza di Brescia, ne rappresenta un’epoca di forti tensioni morali, testimoniate dalle predicazioni del monaco Arnaldo, che si scagliava contro la corruzione e la povertà della Chiesa, ricevendone in cambio la condanna al rogo nel1155. All’interno del Broletto un bel cortile e al fianco la Torre del Popolo che la domina. Vicino si apre Piazza della Loggia. La piazza ha forma rettangolare, l’intuizione scenografica è quella dei grandi architetti dell’epoca (Palladio e Sansovino) che armonizzarono il punto di confluenza dei vicoli della città. Ivi si trovano gli edifici più antichi, Monte di Pietà Vecchio e quello Nuovo. Le linee eleganti ricordano una piazza veneziana. La cultura veneta, che aveva lungamente regnato, ha lasciato segni evidenti. Il Leone di San Marco e il grande quadrante dell’orologio, sopra i portici ne sono ulteriore conferma. L’orologio, del cinquecento, misura 3,5 m di diametro, nel quadrante centrale sono il sole e i pianeti a ruotare intorno alla terra (antica concezione tolemaica); le corone più esterne riproducono i segni zodiacali e le ore sono indicate all’italiana, con la 24 posta alla estremità destra (in modo che il mezzogiorno fisico corrisponde alla linea orizzontale). Sulla torretta che sovrasta l’orologio due figure maschili in rame alte 2 m, scandiscono le ore che i bresciani definiscono i matti delle ore (i due Macc de le ure). La piazza è purtroppo ricordata anche per il vile attentato perpetrato in occasione di un’adunanza sindacale del 28 maggio 1974, che provocò una strage fra i partecipanti. Il ritorno in albergo a Sirmione avveniva sempre in perfetto orario ed in armonia. Ma la serata era piena di sorprese! Verso la fine della cena, all’improvviso si spegnevano le luci della sala da pranzo. Un momento d’incertezza e di preoccupazione è serpeggiata nell’aria. Ma ecco che il Metre entrava trionfalmente con il dolce e con sopra le candeline per festeggiare la nostra Direttrice per festeggiare il suo compleanno. Commozione della Direttrice che si accingeva a spegnere le candeline, mentre il Presidente a nome di tutti i Soci oltre che a porgere gli auguri era latore di un gentile presente da parte di tutti i Soci. Terminata la cena si stabiliva la sveglia per il giorno dopo e l’orario della partenza

5° giorno 7 Maggio Lunedì – Gardone – Salò – Peschiera del Garda

La puntualità nella giornata che si apriva era d’obbligo. Eravamo legati all’appuntamento con la nostra guida e con l’orario del battello che ci avrebbe traghettato a Gardone Riviera. Sveglia immancabile alle 7, colazione, per i più, sempre robusta e trasporto al parcheggio ove poi a piedi ci saremmo recati all’imbarcadero. Il tratto di strada percorso in Sirmione ribadiva tutte le impressioni positive che avevamo avute sin dal giorno del nostro arrivo. Turisti in gran quantità che a detta della guida erano un decimo di quanti affollano la cittadina nel pieno delle vacanze. Raggiunto l’imbarcadero, nella breve attesa prima dell’imbarco, si poteva assistere alla piacevolissima scena di papere e cigni che sembravano dondolarsi sul pelo dell’acqua. Fra queste scenette l’attenzione maggiore era rivolta a mamma papera con la sua nidiata di implumi, che in vero infastidita dalla troppa nostra attenzione (in particolare di Silvano), preferiva abbandonare il suo alloggio e tuffarsi in acqua ed allontanarsi. L’imbarco avveniva in sicurezza, aiutati dai marinai del natante, e velocemente. L’inizio della navigazione mostrava il lago in perfetta calma e tale rimaneva per tutto il resto del trasporto. Si costeggiava una parte di Sirmione e si aveva la visione dal lago delle costa con le così dette Grotte di Catullo, visitate via terra il primo giorno come già detto, passando davanti la boa che oltre delimitare il punto navigabile, indica il famoso punto in cui affluiscono a temperatura calda le acque che canalizzate saranno utilizzate per fini terapeutici (Acque di Sirmione). Alla punta di Sirmione si lasciava decisamente il bordeggiamento della costa e si mirava verso il largo per la traversata. Tutti i Soci erano alle prese di scatti fotografici delle coste e fra foto alla natura e autoscatti, s arrivava nelle vicinanze dell’Isola del Garda. Emerge dall’acque del lago come una magia. Lunga poco più di un chilometro e larga 60 m è ricca di vegetazione e presenta un bel contrasto con il blu del lago e le calde tonalità dell’imponente villa che si trova nella sua parte Nord. Voluta dalla famiglia Lechi, di Brescia, nei primi dell’ottocento, è in stile gotico veneziano, ampliata successivamente ed abbellita. Così appartata dai frastuoni del mondo, l’isola era il luogo ideale per la meditazione e la spiritualità. Nel 1221 vi aveva brevemente soggiornato San Francesco d’Assisi. Nel parco sono presenti essenze tipicamente mediterranee mescolate ad altre varie parti del mondo. All’arrivo in terra ferma ci attendeva il nostro pullman che ci ha trasportato a Gardone Riviera per la visita al Vittoriale degli Italiani. il più visitato museo di Lombardia.
Vittoriale degli Italiani
Il più visitato museo di Lombardia, dal 1921 al 1938 è stata la residenza del poeta Gabriele D’Annunzio, è il posto dove hanno preso corpo i progetti memorabili e ardimentosi che hanno contrassegnato la sua vita. Il Vittoriale è la rappresentazione della complessità di D’Annunzio, peta dei grandi amori e delle relazioni controverse con personaggi come Mussolini, Debussy, Proust, Carducci. Nella casa-museo sono conservati un’infinità di cimeli, porcellane, quadri, libri. La visita non è stata fatta, il programma infatti non lo prevedeva, perché le prenotazioni delle visite prevedeva il tutto esaurito per le prenotazioni fatte fino a novembre p.v.. Ebbi la fortuna di visitarlo qualche anno fa, fuori del periodo di grande afflusso di turisti e devo esprimere la sensazione che ebbi nel visitare la casa-museo. La quantità di oggetti, di stili ed epoche diverse, posti l’uno accanto all’altro danno la sensazione di sconcerto e di soffocamento. Il Poeta definiva questa pluralità d’oggetti cose inutili che però gli davano piacere alla vita. Fra gli aneddoti che circondano questo personaggio facente parte della storia italica ne voglio ricordare una. Il luogo dove il poeta si ritirava per le sue meditazioni e dove scriveva e poetava, presenta un ingresso notevolmente basso (il vate era notevolmente basso) e sosteneva che ciò era stato fatto per togliersi il piacer di vedere il Dittatore Mussolini, piegarsi per essere da lui ricevuto. L’altro aneddoto ci è stato riferito dalla nostra guida ricordando la passione di D’Annunzio come aviatore e come Mussolini si definisse Bersagliere. Nell’incontro tra i due si svolse il seguente saluto di Mussolini al poeta “salve fante alato” al quale il poeta si dice abbia risposto “salve lesto fante”. Fatto questo ricordo riprendiamo la visita fatta, che si è svolta cercando il più possibile di evitare il sovrapporsi con altri gruppi di visitatori. L’Auditorium con appeso al soffitto, l’aereo che egli utilizzò nel 1918 per volare su Vienna e lanciare volantini rivoluzionari, ancora in altra sala è esposto il MAS, un motoscafo anti-sommergibile, a bordo del quale penetrò di notte in un porto della costa istriana per lanciare tre bottiglie ornate di nastri tricolori co un messaggio satirico di sfida. La sigla MAS fu da lui ribattezzata con le parole latine “Memento Audere Semper” .Sulla collina in mezzo ai cipressi fece ricostruire la motonave Puglia. Con la prua simbolicamente rivolta verso l’Adriatico pronta a salpare . Ancora il mausoleo che ospita le spoglie degli eroi che lo seguirono nell’impresa di Fiume. Quelli che definiva gli unici veri amici che ha voluto insieme a sé nel momento finale. Dieci sarcofagi posti ai lati del Mausoleo mentre al centro, in posizione sopraelevata, simbolicamente sono i resti del poeta. Come egli scrisse “una vita inimitabile” così tutto il Vittoriale risponde ad un progetto di vita dedicata agli ideali dell’arte, dell’amore e della Patria. Uno sguardo al teatro all’aperto e dimenticavo a l’automobile è femmina. Anche il progetto e la realizzazione dei giardini furono seguiti personalmente dal poeta. Delle sue cose amava dire “Ogni oggetto da me scelto e raccolto fu sempre un modo di espressione e di rivelazione spirituale, come i miei poemi”. Terminata la visita ci si avviava in pullman a Salò dove ci accoglieva per il pranzo il Ristorante Panoramico.
Salò – Peschiera del Garda
Tralascio tutti gli accenni storici riguardanti la cittadina di Salò per arrivare al 23 settembre 1943 giorno nel quale Mussolini tenta di rilanciare una proposta politica all’incombente disfatta militare, istaurando un nuovo governo, la Repubblica Sociale Italiana. La denominazione di Repubblica di Salò deriva proprio per essere stata designata provvisoriamente capitale del nuovo governo questa ridente cittadina. Tutte le grandi ville e i prestigiosi palazzi divennero sedi governative: Villa Feltrinelli, a Gargnano, sede di Mussolini, a Gardone a Villa Fiordaliso risiedeva la giovane amante del Duce, gli uffici e ministeri a Toscolano, Bogliaco e Fasano, Villa Zanardelli a Maderno adibita a ospedale. Ora questi edifici hanno recuperato l’originaria destinazione o sono stati trasformati in lussuosi alberghi ed incantevoli ristoranti. Nuovamente a bordo del pullman per una visita a volo d’uccello di Peschiera del Garda. Arrivo piuttosto in ritardo che non ci permetteva una visita vera e propria della cittadina. Peschiera faceva parte del quadrilatero difensivo austriaco e la fortezza si trova su un’isola del fiume Mincio. Ebbe un ruolo di grande importanza nelle campagne militari nell’Italia settentrionale. In particolare durante le campagne italiane delle guerre rivoluzionarie francesi e delle guerre napoleoniche. E durante la prima guerra d’indipendenza italiana. Conosciuta anche per il suo carcere militare (chiuso nel 2002). Giunta l’ora del rientro si rientrava……ma no, una gentile Socia non rispondeva all’appello sul pullman. Rapida, ma non troppo, conversione di marcia a riprendere la pecorella smarrita. Tutto a lieto fine ma con l’occasione si ribadiva la necessità di rimanere in gruppo per evitare disguidi del genere. L’arrivo all’Hotel di Sirmione era accolto con entusiasmo perché l’orario ci permetteva di effettuare le valigie che il giorno dopo avremmo dovuto lasciare in pullman essendo l’ultimo dì del Tour della Lombardia. Il domani ci aspettava a braccia aperte Ferrara e successivamente Spoleto.
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6° giorno 8 Maggio Martedì Ferrara – Spoleto

Contrariamente alle altre mattinate, la consapevolezza che ormai si tornava a casa, ci toglieva un po’ di sprint ripensando alle belle cose viste e alle ore che rimanevano al nostro Tour. Bagagli rigorosamente pronti e stivati in modo intelligente per evitare alle prime soste di non riuscire a localizzare il bagaglio del primo Socio che doveva scendere.. Colazione d’addio e un po’ di rimpianto per esserci trovati bene in tutto; servizio, gentilezza, qualità del vitto. Il percorso che ci attendeva era piuttosto lungo e la visita a Ferrara doveva avvenire in tempi precisi per evitare al nostro Mauro problemi di “over dose” di guida, visti i giusti controlli a garanzia dei passeggeri e degli autisti stessi. All’arrivo ci attendeva la guida come da programma.
La Cattedrale
La Cattedrale dedicata a San Giorgio Martire è il principale luogo di culto cattolico,. Sorge al centro città, difronte al Palazzo Comunale, a fianco dell’antica Piazza delle Erbe, non lontano dal Castello Estense. E’ collegata al Palazzo Arcivescovile attraverso una volta coperta. Fu costruita a partire dal XII secolo per merito dei contributi cospicui di Guglielmo degli Adelardi e del principe Federico Giocoli, fu consacrata nel 1135 e dedicata a san Giorgio. Lo stile romanico, del progetto iniziale, lo ritroviamo sulla facciata. Tra il 1451 e il 1493, venne eretto il campanile su progetto di Leon Battista Alberti, tuttavia non venne mai terminato e tutt’oggi è privo della prevista copertura a cuspide, mentre venne terminata l’abside su progetto di Biagio Rossetti. Nel 1539 avvenne la prima assoluta di Gaude et laetare ferrariemsis civitas di Cristòbal de Morales per il cardinalato di Ippolito II d’Este. La facciata è in marmo bianco, a tre cuspidi, presenta logge, arcatelle, rosoni, finestroni strombati, statue e numerosissimi bassorilievi. Nel centro risalta il protiro, sorretto da leoni e telamone, sormontato da una loggia a baldacchino con la statua della Madonna con il bambino e in alto è scolpito un Giudizio Universale. Nell’atrio d’ingresso si trovano i basamenti originali dei pilastri della cattedrale medievale, lasciano intuire la ripartizione originaria in cinque navate. L’interno in stile barocco è a tre navate, al centro spicca l’altare maggiore consacrato nel 1728, opera di Celio Tirini, A sinistra dell’altare c’è la tomba di papa Urbano III e a destra il busto di papa Clemente XI. Nelle cappelle laterali sono presenti la Madonna in Trono e Santi del Garofalo, ancora un quadro Martirio di san Lorenzo del Guercino. L’affresco del giudizio universale di Michelangelo ispirarono Bastianino nell’affresco analogo, dipinto nel catino absidale, inoltre vi sono altri suoi dipinti la Vergine in gloria con le Sante Barbara e Caterina
Castello di Ferrara
Gli Este erano fra le più antiche signorie italiane, erano Signori di Ferrara sin dal 1264, quando il Comune ferrarese aveva eletto Obizzo II Dominus generalis in perpetuo della città. Signori di Ferrara dal 1264, nell’arco di un paio di secoli gli Este seppero ampliare il proprio dominio sino a comprendere altre due città (Modena e Reggio) con i rispettivi contadi e un gran numero di comunità e province anche lontanissime le une dalle altre. Il Castello fu fatto costruire a partire dal 1385 per decisione di Nicolò II d’Este come strumento di controllo militare. L’imponente cantiere cambiò volto della città. Accanto alla porta del Leone che chiudeva le mura a nord della città, una torre di guardia esisteva già nel XIII secolo e attorno a questa, nella prima metà del XIV secolo, Nicolò aveva fatto realizzare una piccola .rocca quadrata dotata di spalti armati. Saldata alla preesistente Rocca dei Leoni la mole del Castello crebbe in fretta. Durante il marchesato di Borso un ponte di legno collegava il Palazzo di Corte al Castello, che conservò fino alla fine del Quattrocento, aspetto e funzioni prettamente militari. Fondamentale all’epoca di Ercole I, la realizzazione dell’imponente piano urbanistico che in chiave moderna studiò l’impianto della città e ne raddoppiò lo spazio verso settentrione, ponendo il Castello al centro dell’abitato. Dopo il rovinoso terremoto del 1570 l’immagine venne ridisegnata durante il governo di Ercole II, seguendo il geniale progetto di Girolamo da Carpi, il quale non modificò le strutture ma si limitò ad affiancarvi pochi e qualificanti elementi, sufficienti a ridefinire il suo aspetto. La visita comincia con la visita di diverse sale che mostrano i documenti dell’ascesa della dinastia nei secoli. Il percorso prevedeva anche uno sguardo alle cucine Ducali voluta nei primi anni del Cinquecento per volontà del duca Alfonso I. Possiamo immaginare l’attività febbrile in queste cucine, specie quando, e succedeva assai di frequente, si preparavano i leggendari banchetti della corte, con un numero strabiliante di portate servite nell’avvicendarsi di rappresentazioni sceniche e di intrattenimenti musicali. Viene ricordato Cristoforo di Messisburgo, che con il suo libro sui banchetti mette in risalto la qualità dei cibi e i tempi della musica e dello spettacolo facendo dei suoi banchetti avvenimenti che sono state vere opere d’arte. Come in ogni castello non potevano mancare le prigioni. Carceri non destinate a detenuti ordinari, per quelli c’erano le carceri cittadine, bensì personaggi d’alto rango. In una, definita impenetrabile, cella, furono rinchiusi don Giulio e don Ferrante, fratelli del dDuca. Condannati a morte per aver attentato alla vita del duca e dell’altro fratello, il cardinale Ippolito, ebbero commutata la pena nel carcere a vita, da scontarsi nelle prigioni del Castello. Ferrante vi trovò la morte dopo trentaquattro anni di reclusione, mentre Giulio fu graziato nel 1559 all’età di 81 anni, Le cronache dell’epoca ricordano lo stupore dei ferraresi nel vedere il nobile vecchio, ancora vigoroso, circolare per le strade della città abbigliato alla moda di cinquanta anni prima. Dopo una serie di ambienti dedicati agli appartamenti privati che di volta in volta venivano approntati dal successore alla signoria, si arriva al Giardino e alla Loggia degli Aranci .Il giardino come simbolo di natura pacificata, di luogo dove si esercita un magico controllo sugli elementi, allude alla filosofia di governo estense, incentrata sulla valorizzazione del territorio; con Alfonso I il giardino assume le caratteristiche attuali. Segue il Camerino dei Baccanali di Alfonso II. Sono affrescate le Storie di Bacco, suddivise in tre riquadri separati, Il Trionfo di Arianna, la Vendemmia, il Trionfo di Bacco. Qui la festosa luminosità veneziana è sostituita da un chiaroscuro più intenso, quasi cupo, di una bottega ferrarese identificata con quella dei Filippi. Si arriva alla Cappella Ducale. Le pareti, completamente ricoperte da preziosi marmi policromi, mancano immagini sacre. Si giunge alla Sala dell’Aurora, sala dedicata alla celebrazione del tempo e alla funzionamento dell’Universo. Costituiva il fulcro dell’Appartamento dello Specchio voluto da Alfonso II, tradizionalmente ascritta alla bottega dei Filippi mostra interventi di Ludovico Settevecchi e di Leonardo da Brescia, La Saletta dei giochi è un ambiente di passaggio fra la Sala dell’Aurora e il Salone dei Giochi. Risulta affrescato dal Settevecchi affiancato dal Bastianino mentre gli elementi decorativi sono di Leonardo da Brescia, I soggetti sono scherzosi e culturali in continuità col la Sala dell’Aurora. La così detta Saletta dei Veleni, gli affreschi furono affidati a Carlo Parmeggiani, dopo una difficile scelta fra molti concorrenti alla decorazione della saletta. Il Salone dei Giochi era la sala d’onore dell’Appartamento dello Specchio .La decorazione è databile dopo il 1570 poiché sulla superficie pittorica non sono stati rinvenuti danni del terribile terremoto del 1570, Gli artisti ai quali attribuire l’intera esecuzione del soffitto sono Sebastiano Filippi detto il Bastianino, Settevecchi e Leonardo da Brescia. Vi sono rappresentati tutti i giochi e gli sport in voga allora. L’Appartamento della Pazienza vede affreschi della Pazienza di Camillo Filippi e l’Occasione di Girolamo da Carpi, la Pace e la Giustizia di Battista Dossi, L’Anticamera della Galleria serviva per accedere alla Galleria. La Sala di Ettore e Andromaca illustra il brano del VI canto dell’Iliade in cui è narrato un episodio della guerra di Troia: l’eroe troiano Ettore dà l’addio alla moglie e al figlio Astianatte presso le porte di Scee, prendendo in braccio il piccolo dopo essersi spogliato dell’elmo. La Sala della Galleria decorata con le immagini ad affresco delle città estensi .La Sala del Governo aveva grande importanza rappresentativa per il duca Ercole II (1534-1559). Era in questa sala che venivano esercitate le funzioni di governo e di esercizio della giustizia. La sala ha un ricco soffitto ligneo e lacunari di diverse forme con una decorazione pittorica policroma e luminosa, La Sala della Devoluzione presenta un affitto a grottesche che ingloba quattro scene a soggetto storico. La sede legatizia, committente delle opere, impose un soggetto dal forte carattere antiestense, facendo rappresentare quattro episodi che si riferiscono al tema della devoluzione in quel fatidico 1598, anno in cui l’ultimo duca estense dovette abbandonare la città ( pittore Francesco Saraceni, 1797-1871).”Ben fu di macigno, e di diamante, chi tenne l’occhio asciutto a quel funebre e compassionevole spettacolo” (narrazione partenza di Cesare d’Este con le feste e i trionfi fatte nell’intrata dall’Ill. Cardinale Aldobrandini Legato ).Nel 1598 a conclusione delle complesse vicende dinastiche della Casa d’Este, il pontefice Clemente VIII Aldobrandini, non riconoscendo la legittimità di Cesare d’Este, nominato suo successore da Alfonso II ma appartenente a un ramo collaterale degli Estensi, pretese la restituzione di Ferrara allo Stato pontificio, con il conseguente esilio di Cesare nella vicina Modena, città estense per nomina imperiale. La Sala dei Paesaggi ha un soffitto a padiglione, i muri presentano una stratificazione pittorica in cui si possono distinguere tre fasi Lo sfondo dei paesaggi , caratterizzati in primo piano da una serie di episodi minutamente descritti, con una grande attenzione alla resa prospettica: questo uso dello spazio di tipo teatrale non è nuovo a un’artista come Zola, un innovatore nell’attività scenografica ferrarese. Sembra difficile stabilire una correlazione di significato tra i riquadri a paesaggio e i diversi elementi, come gli animali esotici e gli insiemi di armi, che occupano le lunette .La Sala degli Stemmi è il luogo del Castello Estense che rappresenta l’ultima trasformazione del Castello, Fra la volta di copertura e l’attacco alle pareti una fascia dipinta, alta quattro metri, reca in alto gli stemmi dei pontefici sotto i quali sono gli stemmo dei cardinali legati che avevano avuto a quei papi il mandato d’esercitare la giurisdizione civile e politica dei beni della Chiesa. La Sala dei Comuni per circa ottant’anni ospitò le riunioni del Consiglio della Provincia di Ferrara, proprietaria del Castello dal 1874. Ogni traccia dell’età estense è andata perduta. Fu deciso che eliminate le decorazioni di gusto neo-barocco, venne posto come obiettivo che lo stile fosse “moderno”, slanciato verso il futuro. Vennero convocati illustri artisti e l’opera risultante è stata una sala nella quale si riscontra un eccellente saggio degli sviluppi del liberty in art decò.
Girolamo Savonarola
Uscendo dal Castello Estense ci si imbatte nella statua di Girolamo Savonarola. Savonarola nacque a Ferrara nel 1452, finiti gli studi di filosofia, medicina e disegno, entrò a venti anni nell’ordine dei domenicani. Disgustato dalla corruzione e decadenza dei costumi, scrisse la sua prima opera De ruina mundi, seguito da De ruina ecclesiae, opere nelle quali espresse chiaramente l’esigenza di rigenerazione del clero. Chiamato da Lorenzo il Magnifico, come lettore ed oratore, ottenne scarso successo. Lasciò Firenze ed iniziò a predicare a Bologna, Brescia, Ferrara e Genova ottenendo vasto successo tanto che il Magnifico lo richiamò a Firenze. Con il ciclo delle prediche sull’Apocalisse, conquistò i fiorentini. Dopo la cacciata dei Medici e la venuta di Carlo VIII nel periodo della fondazione della repubblica, parvero gli eventi dell’attuazione di sue prediche quasi profetiche, Divenne l’arbitro della vita fiorentina. Pur impegnato nella vita politica non smise mai di predicare. Nelle sue prediche superò i limiti ritenuti leciti a un religioso e si scontrò con papa Alessandro VI a cui rimproverava i costumi corrotti. Savonarola, sordo ai rimproveri papali, continuò le sue denunce. Questo gli costò la scomunica e l’appellativo di eretico. Peggiorando la situazione politica, i suoi avversari seminarono il malcontento tra i fiorentini, sempre più insofferenti del rigore esagerato imposto dal frate. Alla fine il popolo si ribellò e nel 1498 venne catturato, torturato e sottoposto a tre processi, presenti inviati del papa. Condannato per eresia e impostura fu condannato all’impiccagione a una croce e bruciato e le sue ceneri sparse in Arno
Piazza Ariostea
La Piazza ha una forma rettangolare con un anello centrale ribassato realizzato nel 1933 per le corse del Palio. Al centro della piazza si alza la colonna cinquecentesca sulla quale , dal 1833, è stata posta la statua di Ludovico Ariosto, il poeta dal quale la piazza prende il nome. Oggi la piazza è un punto di ritrovo con l’anello asfaltato per alcune manifestazioni sportive ed in particolare, nell’ultima domenica di maggio, per ospitare il Palio di Ferrara, istituito nel 1279 e considerato il più antico palio del mondo.
Ghetto
Il quartiere ebraico ha mantenuto abbastanza la sua struttura e i suoi caratteri originali. Dalla piazza della cattedrale ha inizio , la strada principale del ghetto, tipica fino alla seconda guerra mondiale per i suoi vecchi negozi. Al suo imbocco era collocato uno dei cinque cancelli di chiusura . Lo ricorda una lapide sull’edificio dell’ex-oratorio di San Crispino, dove gli ebrei dovevano riunirsi per le prediche coatte. Un altro cancello era posto alla fine della strada.
Palazzo dei Diamanti
Non visto ma che voglio segnalare avendolo visto in un mio precedente viaggio
Il duca Ercole I d’Este per sviluppare la crescita di Ferrara fece demolire le mura medievali della città a nord e dette incarico all’architetto Biagio Rossetti di realizzare un’espansione urbana nota come Addizione Erculea. Rossetti fu incaricato da Sigismondo d’Este, fratello del duca Ercole I, di costruire questo palazzo all’incrocio prestigioso di quello che sarebbe stato il Decumano Massimo e il Cardo Maximus. Fu utilizzato come residenza degli Estensi e, a partire dal 1641, dal Marchese della Villa, nel 1832 il palazzo fu acquistato dal Comune di Ferrara per ospitare la Galleria Nazionale d’Arte e l’Università Civica .La caratteristica che colpisce di più è il bugnato delle parete esterne: consiste in circa 8.500 blocchi di marmo bianchi (con venature rosa) scolpiti a rappresentare i diamanti, da cui il nome.
Ora di pranzo e ultimo tratto
Era ora di riposarsi e soprattutto di ristorarsi, prevedendo che il ritorno a Spoleto non sarebbe avvenuto prima delle h 21,00. Il Ristorante l’Archibugio ci attendeva per un buon pasto ristoratore, con l’occhio all’orologio per non crearci difficoltà nella guida del nostro Mauro, che deve rispettare i turni di riposo e di tempo di guida, per la sicurezza dei trasportati e per lui.
Terminato il pranzo , in attesa di riprendere il viaggio per tornare a Spoleto, ci si attardava in giardino a parlare del più e del meno, confrontando idee e sensazioni su quanto si era visto, e all’improvviso, ho notato un paio di piedi poggiati, con relative scarpe sportive, sul tavolo che era condiviso con altri Soci Evidentemente è un vezzo molto americano che periodicamente colpisce i nostri Soci che affaticati dal lungo camminare dimenticano che in Italia tale abitudine non è gradita. Già in passato come accennavo si era dovuto intervenire per analoga forma di riposo con una Socia che aveva scambiato il vetro del Pullman per un comodo poggiapiedi, senza scarpe quella volta. Chi sa se questo appunto potrà servire per il futuro per non trasformare le attese nei vari siti come bivacchi di truppe allo sbando.
Il bravo Mauro, avvertito telefonicamente ci raccoglieva nei pressi del ristorante per l’ultimo tratto di viaggio che ci avrebbe portato a Spoleto, senza farci fare un trasferimento a piedi per la partenza. Il viaggio si svolgeva in perfetta tranquillità con un’unica fermata per gli scopi facilmente intuibili, ma anche per permettere all’autista di interrompere, come previsto dalle leggi, una troppo prolungata guida. L’ultimo tratto del viaggio è stato accompagnato da una fitta pioggia, che in alcuni momenti si è trasformata in diluvio. Avevamo via radio notizie che anche a Spoleto ci avrebbe atteso la pioggia, ma invece ci accoglieva una pioggerellina sufficientemente accettabile. Durante il viaggio di rientro la Direttrice ha svolto un ottimo lavoro di indagine su vari argomenti di importanza sul gradimento del Tour che si stava concludendo e raccogliendo idee per il Tour del prossimo anno. Inoltre si parlava dei prossimi festeggiamenti per i trentacinque anni di attività della nostra Unitre. Anche il presidente prendeva la parola sull’argomento ricordando che quanto la Direttrice fa è a puro titolo volontaristico è quindi essenziale che i Soci possano dare la loro adesione per tempo per permettere di prendere gli impegni con chi deve approntarci quanto occorre per la realizzazione dei festeggiamenti. I Soci tutti tributavano calorosi applausi alla Direttrice per l’organizzazione e lo svolgimento del Tour e ad Agostino un grazie per averci assistito per tutto il viaggio con informazioni e precisazioni su quanto visto.
Questa era l’ultima visita culturale dell’Anno Accademico 2017/2018 che coronava l’anno di lavoro proiettandoci con rinnovato slancio ai futuri impegni della nostra Unitre Spoleto.

Chiedo scusa per il ritardo con il quale ho fatto il diario del Tour ma una serie di eventi hanno causato questo ritardo che non avrei voluto. Rientrando dai sei giorni di viaggio ho dovuto affrontare alcuni problemi inerenti la Unitre. Elezioni degli organi statutari e Festeggiamenti per i trentacinque anni di vita della nostra Associazione il tutto condito da altri impegni personali.

Buone vacanze! E Buona lettura se ne avrete voglia.

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